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LA SAGRA DEL PISTACCHIO
Tra le manifestazioni organizzate
dall'Amministrazione Comunale a Bronte, la Sagra
del Pistacchio è la più popolare. Si svolge in
alcune piazze e vie del Centro Storico
(quartiere Annunziata e Corso Umberto), dove
vengono realizzate alcune ambientazioni tipiche
dell'antica civiltà contadina (arti e mestieri
vengono riproposti grazie ad oggetti
dell'epoca).
Nel corso della Sagra si possono assaggiare e
naturalmente acquistare i prodotti ottenuti con
la lavorazione del pistacchio e i frutti stessi.
La Sagra è l'occasione per fare conoscere il
raffinato frutto, con degustazioni di prodotti
che vanno dalla salsiccia alla pasta al
pistacchio, dal dolce al gelato, oltre ai
numerosi altri prelibati piatti. L'Oro Verde
produce una ricchezza di circa 18 milioni di
euro e costituisce l'1% della produzione
mondiale. |
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LE ORIGINI
Furono gli
Arabi, strappando la Sicilia ai Bizantini, a
promuovere e a diffondere la cultura del
pistacchio nell'isola e, a conferma di ciò,
basta considerare l'affinità etimologica del
nome dialettale dato al pistacchio col
corrispondente termine arabo. "Frastuca"
il frutto e "Frastucara" la pianta
derivano infatti dai termini arabi "fristach",
"frastuch" e
"festuch"
derivati a loro volta dalla voce persiana "fistich".
La specie ha
avuto particolare sviluppo a partire dalla
seconda metà dell’Ottocento nelle province di
Caltanissetta, Agrigento e Catania.
In quest’ultima,
ai piedi del vulcano Etna, nel territorio di
Bronte, conobbe la massima espansione tanto che
nel 1860 interi pascoli e terreni incolti furono
trasformati in pistacchieti e la pianta
coltivata divenne il fulcro di tutto il sistema
agricolo ed economico dell’area. |
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LE
CITAZIONI
Proveniente
per alcuni da Psitacco, città della Siria o,
secondo altri dall'Asia minore o dal Turkestan,
quest'albero contorto, dalla corteccia
rossiccia, che diventa grigia quando la pianta è
adulta, era già nota agli ebrei.
Infatti, il
pistacchio è citato nella Genesi cap.XLIII v.11,
fra i doni che Giacobbe inviò al faraone nel
1802 a.C.: "Prendete
con voi dei migliori prodotti di questa terra,
dice Giacobbe ai figli, e portateli in regalo a
quel signore: un pò di resina, di miele, di
storace, di mirra, di pistacchio e di mandorle".
Avicenna,
considerato l'Ippocrate e l'Aristotele
dell'oriente musulmano, nel suo "Canone della
medicina" lo prescriveva contro le malattie del
fegato e lo definiva afrodisiaco.
Fra Jacopo d'Acqui,
primo biografo di Marco Polo e suo
contemporaneo, descrive stupefacenti pietanze al
pistacchio assaggiate dal viaggiatore veneziano
nel suo viaggio meraviglioso verso il Catai.
Baldassarre
Pisanelli nel "Trattato de' cibi e del bere",
(Torino 1612), alla voce "Pistacchi" e tra i
giovamenti scrive:"Levano
meravigliosamente le opilationi del fegato,
purgano il petto e le reni, fortificano lo
stomaco, cacciano la nausea, rimediano al morso
di serpenti.... ".
Castore
Durante Da Gualdo nel "Tesoro della sanità",
(Venezia 1646), sottolinea le virtù citate dal
Pisanelli ma raccomanda anche che è bene
mangiare pistacchi: "...
nel fin o nel principio del pasto" e
che il frutto raccolto da "...arbori
vecchi e sia fresco e verdeggiante, è migliore
delle amandole...".
Nel "Trattato
degli alimenti e della maniera di conservarli
lungamente in sanità" (Venezia 1705), M. Lemeri
consiglia il verde frutto perchè "
...li pistacchi sono
umettanti e pettorali, fortificano lo stomaco,
eccitano l'appetito, sono aperitivi e molto
utili alle persone magre.... Eccitano gli ardori
di Venere e accrescono l'umore feminale, perchè
eccitano una dolce fermentazione del sangue".
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LA
PIANTA
Il
Pistacchio (pistachia vera) è un
arbusto, più raramente un albero di piccola
taglia, di altezza non superiore ai 6 metri,
dotato di radici profonde, dal tronco nodoso e
contorto di colore grigio brumastro e dal
fogliame caduco.
La pianta si
trova a suo agio su delle rocce laviche
proibitive per qualsiasi altro tipo di
vegetazione.
Se vogliamo coltivare il pistacchio bisogna
sapere che su otto piante femmine bisogna
piantare un maschio e sapere ancora che il
maschio deve essere piantato in sopra vento e in
sotto vento le femmine, in questo modo il vento
può trasportare il polline dei fiori dai maschi
fino al pistillo delle femmine.
Il terreno,
caratterizzato in prevalenza da rocce che
affiorano in superficie, crea degli ostacoli
alla meccanizzazione di tutte le pratiche
culturali indispensabili e determina elevati
costi di produzione.
La difficile
raccolta su questi terreni è il maggior motivo
per il quale si impone ai pistacchieti etnei un
ciclo di produzione biennale.
Poiché a causa del pericolo di dispersione si è
costretti a raccogliere direttamente dagli
alberi con notevole impiego di costosa
manodopera, si preferisce avere una annata
totalmente vuota poi seguita da una abbondante. |
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IL FRUTTO
La Pistachia
vera è una pianta non ermafrodita di origine
persiana, dal fusto corto non dissimile nel suo
aspetto al fico.
Il maschio il
cui polline feconda la "Pistachia vera" è il
terebinto (Pistacia Terebinthus), localmente
chiamato "scornabecco" o anche "spaccasassi".
Dal seme nasce prima il terebinto che viene
successivamente innestato.
Le foglie
sono composte, formate da 3-5 foglioline di
forma circolare ellittica, di colore verde
scuro. La specie è dioica: si hanno infatti
piante maschili e piante femminili.
La
riproduzione avviene da seme, a germinazione
primaverile, e la messa a dimora in pieno campo,
quando la pianta ha raggiunto l'età di circa
cinque o sei anni.
Il frutto si presenta in grappoli simili a
quelli delle ciliegie, ma con molto maggiore
numero di frutti.
Sono delle noci, con mallo gommoso e resinoso
dal colore bianco-rossastro al momento della
maturazione, che avvolge il guscio legnoso molto
resistente.
Sarà per lo
straordinario connubio tra la pianta e il
terreno lavico, ricco di sali minerali, sarà per
il sole e l’aria di questa terra; sta di fatto
che il frutto prodotto in questo lembo
dell’isola cresce rigoglioso e supera dal punto
di vista dell’aroma, del gusto e delle proprietà
organolettiche la restante produzione mondiale.
Nessun altro ha un colore verde smeraldo così
brillante e un profumo così intenso, resinoso e
grasso. |
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LA RACCOLTA
La
coltivazione del pistacchio è molto impegnativa
e faticosa.
In primo
luogo, le piante fruttificano solo una volta
ogni due anni e crescono in terreni accidentati
dove non è possibile ricorrere all’uso delle
macchine per le operazioni colturali; ne
consegue un notevole aumento dei costi di
produzione per gli operatori del settore.
I pistacchi
vengono raccolti a mano, uno ad uno, tenendosi
in equilibrio fra i massi di lava nera con
sacchi di tela legati al collo.
Gli
interventi colturali non sono molto accurati e
frequenti, ma spesso sono limitati alla
potatura, che avviene tra dicembre e febbraio,
per contenere lo sviluppo dei rami e talora alla
concimazione, alla scerbatura e, ove possibile,
a qualche lavorazione.
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LA LAVORAZIONE
Dopo la
raccolta il frutto viene smallato, tramite
sfregamento meccanico, con apparecchiature
artigianali, e quindi lasciato asciugare al sole
per 5-6 giorni.
Dalla
smallatura del frutto si ottiene il pistacchio
in guscio, localmente chiamato Tignosella, che
successivamente viene sgusciata e pelata dai
commercianti per essere immessa sul mercato.
La pelatura, cioè la rimozione
dell'endocarpo, avviene oggi attraverso un
procedimento altamente tecnologico mediante
breve esposizione del frutto a vapore acqueo ad
alta pressione causando il distacco
dell'endocarpo.
Col successivo passaggio alla macchina pelatrice
e mediante lo sfregamento dei rulli a velocità
differenziata viene tolta la pellicola non più
aderente.
Per nastro convogliatore automatico i verdi
pistacchi passano adesso un complesso circuito
di essicazione a bassa velocità e da questo
nella macchina selezionatrice elettronica che
scarta gli eventuali acini di colore improprio.
Col confezionamento del prodotto ormai asciutto
(umidità 5-6%) in cartoni da 12,5 Kg. si
conclude il ciclo di lavorazione.
In ambiente fresco e secco il prodotto conserva
il suo colore per diversi mesi, che invece dopo
la prolungata sosta tende a sbiadire.
Pertanto le industrie trasformatrici pelano
soltanto su ordinazione e non tengono scorte di
"pelato", mentre il pistacchio semplicemente
sgusciato e non pelato può essere conservato in
frigorifero per ben oltre un anno. |
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LA PRODUZIONE
La
produzione biennale media siciliana è di circa
16.000 quintali di prodotto sgusciato, l'80% dei
quali viene esportato all'estero, mentre il 20%
trova impiego nell'industria nazionale.
Benché di difficile stima, si può ipotizzare la
seguente distribuzione per settore:
- 15% industria gelatiera
- 30% industria dolciaria
- 55% industria delle carni insaccate.
Il rapporto gelateria industriale/artigianale
potrebbe essere del 60/40% ma non si dispone di
dati attendibili.
Nella zona etnea si contano oltre 1000
produttori, la maggior parte con appezzamenti di
circa 1 ettaro cadauno, nonché qualche grosso
produttore con un multiplo di ettari. Il frutto
raccolto viene in genere smallato ed asciugato
ad opera del produttore stesso, che poi vende il
suo pistacchio in guscio alle aziende
esportatrici. Ve ne sono circa una decina in
concorrenza fra loro, alcune ottimamente
attrezzate e tecnologicamente avanzate, che si
occupano della lavorazione successiva e della
commercializzazione.
Il Pistacchio con guscio
(la "tignosella") si vende a circa 6,00/10,00
euro al chilo, mentre quello senza guscio
(sgusciato) a circa 12,00/20,00 euro al chilo.
Una ricchezza di quasi 18
milioni di euro che rappresenta poco più dell’1%
della produzione mondiale di pistacchi.
Esiste una
minore coltivazione del pistacchio in Sicilia
centro meridionale (province di Agrigento e
Caltanissetta) che però si rifà al mercato
etneo.
Non sono note altre zone di rilievo in Italia.
Il clima ideale è dato da quello predominante
della zona etnea di cui sopra, altitudine circa
400-700 metri sul livello del mare con
temperature primaverili medie di circa 12° ed
infine, per la maturazione, circa 27° a
Luglio-Agosto, con qualche pioggia temporalesca
che favorisca il pieno sviluppo del frutto.
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IN CUCINA
I semi di
pistacchio contengono molte proteine (18-23%),
in olio (50-60%), vitamine ed altre sostanze non
azotate (15-17%), fra i quali prevale il
principio attivo della fecondità. Il frutto ha
quindi un valore nutritivo molto alto ed il suo
valore in calorie è doppio di quello del burro.
E' assai pregiato e ricercato anche per il suo
sapore aromatico e gradevole in pasticceria, in
gelateria e per aromatizzare ed insaporire molte
vivande. L'olio, estratto dal frutto, trova
anche applicazione in dermatologia per le sue
alte doti emollienti ed ammorbidenti.
E'
insuperabile per l'utilizzo in pasticceria, ma
in Italia sono in realtà sempre meno le
industrie che utilizzano questo pistacchio dal
costo più elevato dei semi che vengono importati
a basso costo soprattutto dall'Iran – questi
sono tondi - , ma anche dalla Turchia,
dall'Afghanistan, dalla Grecia e dall'America
meridionale.
Gli stranieri invece continuano a comprare i
pistacchi di Bronte, soprattutto le case che
producono specialità da gourmet, dal fois gras
francese, alle praline svizzere.
Ma anche in
Italia alcuni pasticceri e alcune associazioni
di cultura gastronomiche stanno tornando a
utilizzare e a promuovere questo pistacchio: è
il caso dell'Associazione Pasticceri Città di
Bronte. |

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